Articolo dal Corriere Della Sera

« Non torneremo come prima, ma migliori di prima» sostiene Carlin Petrini, senza manco aspettare la domanda che apre l’intervista.

Petrini, domanda scontata: che cosa succederà?

Sovranità alimentare: termine curioso. Ce lo spiega?

«Non si può pensare che il cibo lo produca uno solo per tutti. Abbiamo rubato spazio alla terra, bisognerà riprenderselo per mettere in moto un’economia primaria al servizio delle comunità locali. C’è stato negli ultimi anni un ritorno alla campagna da parte dei giovani e mi auguro ci siano incentivi per aumentare il numero di chi fa questa scelta di vita, utile al Paese. Così vorrei si capisse sempre di più che la stagionalità e la prossimità di un prodotto non è una nostra fissazione ma semplicemente risponde a una logica di consumo sano, economico, vantaggioso per tutti. È quello che ripeteva e faceva il caro Vittorio (ndr, Fusari), che Slow Food ha nominato Benemerito della Gastronomia».

In un articolo su La Stampa si è auspicato il ritorno delle botteghe?

«Qualcuno mi darà del matto. Ma io dico che bisogna fare uno sforzo di fantasia. Penso a una versione moderna di questi luoghi, gestiti da giovani. Con l’accesso a Internet e tutta una serie di servizi o dove magari si può ritirare la pensione. Ci vogliono nuove idee, mai come in questo momento»

Provocazione: non è che questa crisi invece servirà solo a far sviluppare in maniera enorme il commercio on line?

«L’uomo è per sua natura sociale. Ovvio che l’e-commerce ne uscirà rafforzato ma non vedo ricadute solo positive: l’accentramento delle risorse in questo modo passa dalle mani di pochi a quelle di pochissimi. Semmai penso che questo discorso di far rifiorire le comunità possa andare di pari passo con lo sviluppo dell’online, senza che ci siano contrasti, perché nella comunità c’è la sicurezza affettiva che su internet non si trova»

Lei è un uomo di prodotto, ma conosce benissimo anche la ristorazione. Molti prevedono un’ecatombe di locali, già nella Fase 2.

«Spero si sbaglino, pensando anche a quanti lavorano per fornirli. Di sicuro vedo un paio di anni complicati, rispetto al boom che abbiamo vissuto dal dopo Expo al 2019. Non ripartiremo con gli stessi fatturati, non esiste la bacchetta magica. Dobbiamo prepararci a una strada in salita cercando prima di tutto di mettere in sicurezza quanti operano nelle strutture».

Lei è un fervente sostenitore delle osterie come luogo dove si tramanda non solo la cultura del cibo ma anche la storia e la cultura italiana. Non sarà facile ripartire per loro.

«Sarà molto complicato, in misura maggiore che per la fascia alta dove si punterà ancora a pochi coperti di grande qualità. E le catene di locali hanno spalle grosse e capacità di riprendersi. Invece. consideri cosa vuole dire per una trattoria del Bresciano restare chiusa tre mesi, non incassare realmente un euro! E quando riaprirà, non potrà essere quella che conoscevi: tavoli distanziati, obbligo di prenotazione, controlli sanitari all’entrata. Tutto giusto, sia chiaro, ma ci metterà a dura prova. Senza dimenticare che in trattoria ci andavano le persone che probabilmente sentiranno maggiormente gli effetti della crisi economica».

Ma ce la faranno?

«Sì, perché oggi più che mai, la loro centralità – soprattutto in province vitali come Brescia – diventerà motore di una comunità. Per il cibo e il vino di qualità, ma soprattutto perché c’è bisogno di stare insieme, tornare alla convivialità prima possibile. Ecco perché ricordo sempre agli “osti” che hanno un ruolo sociale, gestiscono un posto d’incontro e non solo un locale dove si mangia e si beve. Vittorio Fusari diceva sempre, a ragione che «Sono le persone che fanno un luogo, non viceversa». Le osterie devono funzionare bene perché muovono una piccola grande economia sul territorio senza mai perdere l’anima, la passione per il loro lavoro».

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