Disoccupazione in Italia

Il primo ostacolo per trovare lavoro è l’incompetenza 

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Italiani, popolo che è poco e male formato 

Il quadro complessivo è sconfortante e il giudizio può apparire «severo ma giusto»: la prima ragione per la quale gli italiani faticano a trovare lavoro è la loro incompetenza.

Ai tristi dati che conosciamo da tempo (siamo fanalino di coda tra i Paesi dell’Ocse per competenze alfabetiche e matematiche), ora si affiancano nuovi dati che confermano come gli italiani si formino poco e male e in molti casi siano impreparati o in possesso di competenze inadatte alle richieste delle aziende.

Secondo il 66% dei professionisti che lavorano nelle risorse umane della sede italiana di Randstad (primo operatore mondiale nei servizi per le HR) è la formazione insufficiente dei candidati la prima barriera che impedisce alle imprese di trovare i profili di cui hanno bisogno.

L’indagine di Randstad Research, il centro di ricerca del gruppo Randstad, individua proprio come primi ostacoli le carenze nella preparazione scolastico-universitaria (63,9%) e l’invecchiamento della popolazione (62%).

Gli altri fattori che complicano la selezione di profili idonei da parte delle aziende sono la scarsa apertura alle problematiche ambientali (55,3%), all’automazione (54,8%), alla digitalizzazione (53,1%), alla diversificazione dei rapporti di lavoro (46,9%) e all’internazionalizzazione delle imprese (45,8%).

Più marginale invece il ruolo dei fenomeni migratori (31,4%), la cosiddetta fuga dei cervelli, e della globalizzazione dei mercati (34,5%). 

 

Gli ostacoli? Scarsa formazione ed età dei candidati

L’indagine condotta su 1160 dipendenti di Randstad specializzati nella selezione del personale evidenzia come la scarsa formazione sia la barriera più frequente all’incontro fra domanda e offerta di lavoro.

Ma attenzione: questo non riguarda solo gli impieghi dove è richiesta minor specializzazione. Il dato allarmante è che la scarsa formazione è comune a tutte le categorie di lavoratori: dunque, non solo tecnici e operai specializzati e non qualificati, ma anche manager, impiegati, professionisti dei servizi.

A una carenza formativa di natura scolastica, si aggiunge il problema dell’invecchiamento della popolazione, che influisce in maniera particolarmente negativa su tutte le professioni, da quelle altamente specializzate in giù.

L’indagine di Randstad evidenzia anche come la globalizzazione dei mercati e l’internazionalizzazione delle imprese abbiano trovato impreparate le figure di più alto livello, come i manager.

Inoltre, la mancanza di esperienza nella diversificazione dei rapporti di lavoro crea rigidità soprattutto per impiegati e operai, oltre che per tutte le professioni che operano nei servizi. 

 

Il conservatorismo italiano

L’Italia sembra avere una naturale resistenza ai cambiamenti (cosa che si può vedere anche in campo politico).

Questo tradizionale conservatorismo sfocia in una difficoltà a sapersi adattare alle richieste di innovazione di una società (anche economica) in continuo mutamento.

Secondo l’indagine di Randstad, queste resistenze pervadono tutte le categorie professionali: le lacune più evidenti fra i manager riguardano la propensione all’innovazione e la scarsa sensibilità per l’organizzazione (24%), che si uniscono a stili aziendali inadeguati (22%).

Quest’ultima lacuna è condivisa da tutti i profili altamente specializzati, che mostrano anche una scarsa conoscenza-formazione (22%) e i soliti problemi di natura organizzativa (18%).

La scarsa conoscenza è la barriera più evidente anche per tecnici (26%) e impiegati (29%), che mostrano anche evidenti lacune organizzative (22%).

Diversamente, il problema principale più riscontrato fra i professionisti dei servizi è la scarsa sensibilità per l’organizzazione (27%), seguito da problematiche di carattere sociale (20%).

 

Un modello virtuoso? Quello degli Istituti tecnici

Ma come rispondere a quello che la survey interna di Randstad evidenza chiaramente nel tema della difficoltà di reperire le figure professionali richieste dal mercato del lavoro?

L’unica riposta deve essere un miglioramento della formazione, che deve diventare più adeguata e mirata alle competenze attese dai potenziali datori di lavoro.

«Dalla ricerca emerge quanto sia importante una formazione di qualità per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, migliorare l’occupabilità dei candidati e dare alle imprese le competenze che stanno cercando», spiega Alessandro Ramazza, consigliere di amministrazione di Randstad Group Italia.

«Ma la scarsa formazione non è l’unico ostacolo da superare: anche le carenze manageriali e organizzative, la bassa propensione all’aggiornamento e all’innovazione impediscono di attrarre talenti».

Ma alcuni modelli virtuosi ci sono, secondo Ramazza.

Quello degli ITS, gli istituti tecnici superiori, ad esempio, «i cui diplomati a un anno dal titolo hanno un tasso di occupazione superiore al 90%», spiega il consigliere, «grazie al coinvolgimento di un insieme di soggetti pubblici e privati che aiutano le istituzioni formative a definire piani di formazione in linea con le più recenti evoluzioni tecnologiche e le esigenze delle imprese».

 

Fonte: https://www.corriere.it/